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Fondazione Magnani Rocca

“DE CHIRICO E SAVINIO. Una mitologia moderna”

a cura di Alice Ensabella e Stefano Roffi

Mamiano di Traversetolo, Parma

16 marzo – 30 giugno 2019



Una mitologia moderna

di Ruggero Savinio

Sono felice di essere qui, voglio ringraziare la Fondazione Magnani, che mi ha invitato, e voglio ricordare colui al quale la Fondazione s’intitola. Era amico di mio padre, e io stesso ho avuto la fortuna d’incontrarlo proprio fra questi muri.

            Il titolo della mostra richiama la dichiarazione firmata da André Breton nella sua Anthologie de l’humour noir: «Tutto il mito moderno ancora in formazione poggia all’origine sulle due opere, quasi inseparabili in spirito, di Alberto Savinio e di suo fratello Giorgio de Chirico».

            Il titolo illustra l’opera e la presenza dei due fratelli, i famosi Dioscuri, che mi sono padre e zio. Li illustra insieme, una delle prime occasioni in cui compaiono uniti, con un’attenzione alla vicinanza fra loro. Vicinanza strettissima, come sa chiunque, studioso o semplice amatore, voglia dirimere l’apporto di ciascuno dei due alla costruzione di quel mito moderno.

            Vicinanza non solo biografica – figli della stessa madre – dice Breton: La très dure et autaine baronne de Chirico, e dello stesso padre, il barone Evaristo de Chirico, ingegnere e proprietario di un’impresa di costruzioni ferroviarie. La linea Atene-Tessaglia è ancora opera sua, e io sono rimasto sorpreso, quando sono stato invitato a visitare Volos, la città natale di Giorgio de Chirico, di quanto la memoria del nonno Evaristo sia ancora presente là.

            Forse al mio sguardo ravvicinato si chiede d’indicare, oltre alle somiglianze, anche le differenze. Le somiglianze fisiche e caratteriali sono facili da descrivere, e anche le diversità.

            Mio zio Giorgio de Chirico aveva, di là da una certa monumentalità da lui stesso coltivata con soddisfazione, una morbidezza e un abbandono che smentiscono il monumento.

            Mio padre Alberto Savinio, accanto alla dolcezza, aveva un vigore contenuto ma pronto a prorompere; lo testimoniano le cronache di certi concerti, come quello tenuto da lui giovane musicista a Parigi nella sede di Les soirées de Paris, la rivista di Apollinaire, che sbalordì i presenti per la sua violenza.

            Avevano una vicinanza anche di modi: tutt’e due figli dell’Ottocento e attenti alle regole del vivere, che adesso sembrano scomparse. Tutt’e due pronti a corrodere quelle regole con l’umorismo che Breton chiama umorismo nero.

            Avevano anche una vicinanza nella pratica attenta, e direi morale, della pittura. Entrambi seguivano un metodo, da de Chirico appreso all’Accademia, e messo a punto nella sua prodigiosa stagione quattrocentista degli anni Venti.

            La stessa sapienza mio padre aveva esibito da subito, quando decise di diventare pittore. Giorgio Castelfranco, amico precoce dei due fratelli, dava una spiegazione di questo: diceva che mio padre aveva acquistato la sapienza del mestiere guardando il fratello come in una bottega del Rinascimento.

            Ricordo entrambi al lavoro. Gli stessi gesti. Dipingevano seduti al cavalletto, spesso col braccio poggiato a un bastoncino poggiamano. Un lavoro calmo, lontano da ogni frenesia e azzardo contemporanei.

            Mio padre mi stupiva certe volte, perché apprezzava espressioni diverse e lontane dalle proprie. Ricordo la prima mostra di Turner, che vidi in compagnia di mio padre, a Roma, a Palazzo Venezia, organizzata dagli Inglesi nel ’48. Era attratto dal disfacimento delle immagini, così lontano dalla sua propria completezza. Del resto apprezzava più di tutto la libertà.

            Così, mi stupiva mio zio de Chirico quando, di là dalla sua aspra polemica contro tutto ciò che è moderno in pittura, mostrava una conoscenza acuta di tutto quanto avrebbe invece dovuto ignorare.

            Come tutti avevano, probabilmente, le loro contraddizioni, e volevano risolverle in un assoluto. De Chirico nell’assoluto della pittura, di cui voleva rimettere in piedi l’eccellenza perduta – ho una missione da compiere, diceva. Mio padre voleva, forse, comporle nell’assoluto del pensiero speculativo.

Il testo è stato letto in occasione dell’inaugurazione della mostra